Cori,
l'antica Cora, che ora appena l'occhio abituato di chi l'abita
riconosce fra i paesi della fascia meridionale del Lazio, arroccati
sulle modeste alture dei Monti Lepini, Ausoni, Aurunci, fu in antico
città potente. Ebbe sicuramente un ruolo primario fin dalla più antica
Lega Latina che frenò a lungo le smanie espansionistiche di Roma. La sua
posizione naturale, gole profonde e monti tutt'intorno, ne fecero
l'ultimo baluardo dei Latini verso il fronte volsco. Su questo colle
fasciato di case, tanto felicemente scelto da far pensare a mitologici
fondatori, il tempo avvicendò successivamente Cori Romana, Cori
Cristiana, Cori medievale, Cori Moderna in una fusione irripetibile. Ed
eccolo, ora, il paese riguardarsi dall'alto gli sconfinati panorami
sottostanti, da fin quasi le foci del Tevere al Circeo, dove l'antica
Appia attraversa le terre che fiorirono di città volta a volta alleate o
nemiche ormai ingoiate dal tempo, quando questo antico fatale Lazio era
un mondo di piccole patrie. Eccolo, ancora, rimirare più vicino la
campagna meravigliosa popolata d'ulivi e di viti e le falde dei monti
vestite di faggi, castagni e lecci. La sua gente è cortese. Secoli di
naturale isolamento e di attività agricola e pastorale sempre tramandata
dettero ad essa perseverante tenacia, misurata parsimonia, istintivo
buon senso di antica saggezza. Voglio qui aggiungere un apprezzamento
per il dialetto di Cori, al quale la posizione appartata del luogo ha
mantenuto una marcatamente arcaica dignità. Ben distinto dal dialetto di
Roma come da quello di Napoli e specchio remoto e fedele di costumi,
mentalità, tradizioni, memorie, sta anch'esso subendo le bordate
dell'italiano scolastico e televisivo. E' auspicabile però, e se ne
intravedono chiari segnali nel rinnovato interesse di molti giovani, una
nuova partecipe riconsiderazione di esso, a scongiurare, con la
scomparsa della "lingua della natura", la morte della memoria. a. |
|